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Analisi meteorologica dell’evento alluvionale del 18 novembre 2013 in Sardegna

Il semestre autunno inverno 2013/2014 verrà ricordato da tutti per l’elevata frequenza di eventi di dissesto idrogeologico legati a piogge torrenziali che hanno interessato quasi tutte le regioni italiane. Eventi calamitosi che, complice il particolare assetto teleconnettivo, si sono manifestati a più riprese anche durante la stagione invernale a causa della perseveranza del flusso umido atlantico in ingresso sul bacino del Mediterraneo. Come sovente accade nei mesi autunnali, la Sardegna è stata interessata da nubifragi e conseguenti flash floods. Le potenzialità di un mare molto più caldo della norma si erano manifestate preliminarmente il 31 agosto nel capoluogo con un violento temporale serale e 5 giorni dopo a una decina di chilometri a sud ovest di Cagliari (Pula-Sarroch) per poi scaturire nell’incredibile, per intensità e soprattutto per area alluvionata e numero di decessi, evento alluvionale del 18 novembre.
La situazione sinottica all’origine dell’evento calamitoso è molto simile a quella che ha caratterizzato i precedenti drammatici flash floods isolani dell’ultimo decennio. Come si evince dall’elaborazione grafica fonte Globo e, nel dettaglio, Bolam, l’Europa centro occidentale è impegnata da una pronunciata ondulazione di Rossby in pieno stadio di maturità con veloce ed approfondita ciclogenesi, ribattezzata ufficialmente Ruven dall’istituto di meteorologia di Berlino e non Cleopatra, in prossimità delle Baleari con pressione al suolo che raggiunge nel pomeriggio di venerdì i 994hPa. Il forte gradiente barico orizzontale e il veloce approfondimento del minimo, componente isallobarica, determinano un notevole rafforzamento della ventilazione da scirocco sull’isola con raffiche fino a 90km/h e conseguenti forti mareggiate. La non perfetta corrispondenza in asse verticale tra il minimo al suolo ed il minimo in quota, che risulta essere a sud ovest di quello al suolo, determina una circolazione di tipo baroclino, caratterizzata da maggiori contrasti termici e termo dinamicamente più incline alla fenomenologia violenta. Sulla Sardegna viene inoltre veicolata un importante avvezione di aria calda d’estrazione sahariana con isoterme alla quota di 850hPa fino a 10°C/11°C. Aria calda che perde le sue caratteristiche igrometriche originarie attraversando il canale di Sardegna e si carica notevolmente di umidità come si evince dagli elevati valori di Theta E.

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Il deciso affondo di aria fredda nord atlantica ad ovest del minimo depressionario, fino all’entroterra marocchino, va a pescare e muovere in direzione del bacino occidentale Mediterraneo una forte jet streaks sub tropicale con i massimi di velocità a 80m/s sull’Algeria. Nel settore anteriore della Jet streaks, dove le isoipse tendono ad aprirsi, diffluenza, viene meno la forza di gradiente e prevale quella deviante di Coriolis. In questo settore, tra canale di Sardegna e Sardegna, è possibile localizzare una forte divergenza in quota con fuoriuscita orizzontale di massa. Per la legge di conservazione della massa, tale fuoriuscita viene compensata con il richiamo di aria dai bassi strati troposferici, convergenza al suolo.

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Tutta la colonna troposferica è inoltre caratterizzata da forte wind shear verticale positivo, sia in direzione che intensità, con rotazione dei venti in senso orario salendo di quota a partire dal scirocco al suolo. Condizione questa che favorisce una maggiore durata delle correnti ascensionali, updrafts, all’interno del temporale ed una potenziale loro rotazione mesociclonica. Ad alimentare dal basso le potenziali celle temporalesche, anche il mar Mediterraneo con temperature attorno alla Sardegna fino a 27°C, 3°C oltre la media, a costituire un immenso serbatoio di calore latente.
L’input termodinamico è quindi particolarmente favorevole all’instaurarsi di intensa attività convettiva dalle caratteristiche autorigeneranti e infatti, dalla mattina del 18 novembre, in seno al forte flusso sciroccale, come si evince dalle 2 successive elaborazioni grafiche, prendono due vita due stazionarie aree di convergenza al suolo influenzate dalla topografia isolana: la prima sul Medio Campidano e la seconda, più estesa, sul Sarrabus-Barbagia-Ogliastra-Baronia e Gallura (Sardegna orientale) in azione contemporanea.
Tale aree di convergenza di origine topografica non sono segnalate dal Lam ma è possibile notare l’estesa convergenza al suolo in azione ad ovest della Sardegna, seguite da aria molto secca di libeccio, che nel corso del pomeriggio attraversa l’intera isola apportando un grave peggioramento su tutta la regione ma in particolar modo nelle aree dove nelle ore del mattino erano attive le celle autorigeneranti.

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La successiva immagine riporta la scansione satellitare nel campo del visibile relativa alle ore 13 circa nella quale sono ben evidenti gli elementi temporalesca sopra presentati: le due linee temporalesche autorigeneranti V-shaped sul Medio campidano e sulla Sardegna orientale e l’esteso fronte temporalesco, originato dalla più importante linea di convergenza al suolo tra le correnti umide di scirocco e le correnti secche di libeccio, ad ovest della Sardegna ed in moto verso est nord est.

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Per meglio presentare la dinamica temporalesca che ha interessato la Sardegna il 18 novembre viene riproposta la moviola radar dal mattino alla sera, dalla quale appare ben chiaro come estese aree isolane siano state interessate da fenomenologia alluvionale, più duratura ed estesa, per merito del transito della linea di convergenza principale, sulla Sardegna nord orientale dove si sono registrati effettivamente i danni maggiori sia in termini economici che di perdita di vite umane.

Purtroppo manca il radiosondaggio di Cagliari delle 12, il quale avrebbe reso sicuramente ancora più interessante l’analisi termodinamica della colonna troposferica presente poco prima del transito della linea di convergenza. Tuttavia per completezza di analisi si riporta la carta, fonte Bolam, del CAPE. Valori notevolmente elevati abbracciano la Sardegna con punte fino a 2000j/kg sui settori meridionale ed occidentali.

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Secondo la rete di pluviometri del Servizio Agrometeorologico Regionale (SAR) della Sardegna i massimi di precipitazione si sono collocati nell’immediato entroterra del Golfo di Orosei (Nuoro), con valori di 385.6 mm a Dorgali-Filitta e 378.2 mm a Oliena. Si riportano anche i 370mm di Bau Mandata, i 316 mm di Villanova Strisaili, i 305mm di Onanì, i 266mm di Padru, i 246mm di Seui ed Escalaplano, i 197mm di Villacidro ed i 187mm di Vallermosa. Assai anomala, benché inferiore, la quantità di 151.6 mm rilevata a Palmas Arborea, alle porte di Oristano, zona solitamente molto asciutta (media di circa 600 mm/anno) il cui reticolo idrografico non è dimensionato per smaltire senza gravi effetti simili quantità di pioggia. Oltre all’elevata quantità di pioggia caduta in 24 ore colpisce l’estensione areale delle aree alluvionate che si estendono dal campidano centrale all’oristanese e dall’Oglistra-Nuorese fino alla Gallura dove la città di Olbia subisce un gravissimo fenomeno di flash flood che causa la morte di 13 persone. In totale saranno 16 le vittime, un disperso, 2300 sfollati e 43 feriti. Un vero e proprio bollettino di guerra che è andato aggravandosi successivamente con la morte di altre due persone legate all’evento. Di seguito si riporta un video testimonianza prodotto durante la collaborazione con ClassMeteo.

Gli eventi idro meteorologici estremi si sono sempre verificati nel nostro paese: testimonianze geologiche per gli eventi più remoti, fino alle documentazioni cartacee sempre più approfondite con il passare degli anni ne sono una prova tangibile. Ma l’uomo spesso tende, volente o nolente, a dimenticare, a progettare strutture ed infrastrutture in aree che un tempo erano attraversate da corsi d’acqua, in aree ai piedi di versanti montuosi instabili, a canalizzare e deviare fiumi e, ancora peggio, a tombare corsi d’acqua per far crescere la città sopra; in sostanza a non prendersi cura dell’ambiente in cui vive. Gli ultimi eventi alluvionali verificatisi in Italia – cagliaritano 2008, Giampilieri 2009, Genova e levante ligure 2011, Gallura e nuorese 2013 – alla luce di dettagliate analisi ed ispezioni sul territorio pre e post evento dimostrano che l’evento precipitativo altro non è che la goccia che fa traboccare il vaso. La quantità di acqua che può cadere in queste occasioni eccezionali va ad interessare territori molto predisposti ad eventi alluvionali per via dell’inefficienza delle costruzioni e dell’incuria.
Il nostro paese presenta delle caratteristiche geomorfologiche e geologiche di base che incrementano il rischio che si verifichino frane ed alluvioni, in molti casi di portata distruttiva.
Il 66% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. Ciò significa che due comuni su tre sono soggetti a potenziali dissesti idrogeologici in occasioni di eventi idrometeorici intensi, come quello avvenuto lunedì in Sardegna. Dalle ultime analisi richieste dal ministro dell’ambiente, Orlando, si stima che siano necessari 11 miliardi di euro per mettere in sicurezza il territorio italiano. Nei 50 anni trascorsi dal 1963 al 2012 tutte le regioni italiane hanno subito eventi con vittime: le frane avvenute hanno prodotto 3.302 morti, 17 dispersi, 1.873 feriti mentre a causa delle inondazioni si contano 692 morti, 66 dispersi, 805 feriti. Per quanto riguarda il tasso di mortalità a causa di inondazioni nello stesso intervallo di tempo, il triste primato spetta alla Sardegna, con un valore più alto della media delle altre regioni italiane. Dal 1963 a oggi secondo l’Irpi-Cnr in Sardegna ci sono state 92 vittime (dispersi, deceduti e feriti): 50 a causa di fenomeni idrici e 42 geologici. E i valori hanno avuto una drastica impennata proprio a causa dell’ultima tragica alluvione.
Il caso di Olbia è emblematico: negli ultimi 50 anni la città ha conosciuto un importante ed incontrollata espansione urbanistica Aree che prima erano verdi ora sono cementate, corsi d’acqua che prima avevano libero sfogo orizzontale nella piana alluvionale ed in mare si trovano attualmente vincolati da costruzioni all’interno degli argini, da impedimenti infrastrutturali (ponti con insufficiente luce), da deviazioni artificiali e da canalizzazione cementate. La mano dell’uomo, più che mai, in questa alluvione è importantissima. L’opera dell’uomo in questi anni ha notevolmente aumentato l’estensione delle aree impermeabili mutando i tempi di corrivazione dei bacini. La pioggia che cade a monte trova poco spazio per l’infiltrazione, restando in superficie e scorrendo in pochissimo tempo verso valle e questo spiega le dichiarazioni di numerosi abitanti di Olbia che hanno visto aumentare il livello delle acque fino a 2 metri in pochissimi minuti.
E’ necessario attuare una politica di prevenzione, sconosciuta in Italia, per l’attivazione dei cosiddetti interventi “non strutturali”(avvisi di allerta meteo, sorveglianza dei livelli di piena degli alvei, attivazione e movimentazione delle strutture di soccorso, chiusura al traffico di strade, evacuazione di  aree etc) mitigando notevolmente le perdite economiche e di vite umane e diffondere una migliore informazione meteo sia prima che durante l’evento. E’ inoltre necessario migliore la comunicazione meteo con la popolazione, spesso e volentieri “non istruita” in queste occasioni.

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